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    De.licio.us
    Categorie Cinema

    C’erano, ma non ce ne siamo accorti

    di pizzi (04/02/2008 - 00:00)

    Daniel Craig protagonista di “Elizabeth”, Matt Damon fra gli interpreti di “Mystic Pizza” e James McAvoy, grande baciatore in scena a giudizio di Keira Knghtley, in “Wimbledon”. Errori madornali? No. Verità. Sono i divi nascosti o meglio i divi dove noi non li abbiamo notati: in realtà li abbiamo visti, è solo che non li abbiamo riconosciuti. Non serve un mea culpa collettivo. Loro c’erano, ma noi non li conoscevamo ancora. Non avevano ancora vinto le copertine dei giornali, non aveva ancora girato il film della vita. Facevano semplicemente gli attori e talvolta non erano neanche tanto richiesti anzi dovevano sudare per la parte. E allora via alle audizioni anche per film e ruoli non proprio memorabili, ma l’occhio attento dello spettatore li può ritrovare ad anni di distanza. Facile individuare Brad Pitt in “Thelma&Louise”: è lui il giovanotto che le rapina dopo essersi fatto dare un passaggio e dopo aver passato la notte con Geena Davis. E subito si passa a lei: chi la ricorda in “Tootsie”? Chi non salta sulla sedia vedendola in un episodio del telefilm “Remington Steele” di fianco a un futuro agente 007 come Pierce Brosnam? C’è chi pagherebbe per gli episodi di “Miami Vice” in cui compare Julia Roberts e ancor più preziosi sono quelli di “Hunter”, “Hotel e “La Signora in giallo” che vedono fra gli interpreti George Clooney. Sono passati allora inosservati come Viggo Mortensen, l’Aragorn del “Signore degli Anelli”, nei panni di un contadino Amish in “Witness – Il testimone”.

     

     

    Che dire poi di bambini e ragazzi cresciuti al cinema. Kirsten Dunst, ancora lontana dal fidanzamento con l’Uomo Ragno, nel 1994 era la piccola compagna di Tom Cruise e Brad Pitt, che baciò e non le piacque, in “Intervista con il vampiro” e non è questo nemmeno il suo esordio che risale al 1989 in “New York Stories” di Woody Allen. E ancora troppo semplice ricordare che l’amico del dottor House, Robert Sean Leonard, è il protagonista di “L’attimo fuggente”, ma forse pochi lo ricordano come figlio di Daniel Day Lewis nel finale dell’”Età dell’innocenza”. Più complicato far venire alla mente dove abbiamo già visto la Izzie di Grey’s Anatomy. Toglietele 15 anni e Katherine Heigl riconoscerete nei panni della figlia di Gerard Depardieu in “Ma dov'è andata la mia bambina?”, versione americana del francese “Mio padre che eroe”. E non dimentichiamo Frodo Baggins. Il portatore dell’anello, Elijah Wood, incontra Michael J. Fox nel secondo “Ritorno al futuro” e aiuta Mel Gibson a scongelarsi in “Amore per sempre”. E poi il divo dei divi Leonardo Di Caprio: chi era adolescente negli anni ottanta non può averlo dimenticato in “Genitori in blue jeans”. Nello stesso telefilm, dicono gli annali, compare anche Brad Pitt, ma nessuno o quasi lo ricorda. Una chicca infine da cercare su youtube. Volete vedere Angelina Jolie bambina? Cercate la notte degli Oscar del 1986: accompagna suo padre Jon Voigt, ha 11 anni, un vestito che avrebbe fatto invidia a Madonna ancora in modalità “like a virgin” e una pettinatura da pieni anni ‘80.

     

     

    Per la cronaca Daniel Craig, Mr. Bond, interpreta in “Elizabeth” un gesuita inglese, inviato del Papa, che partecipa a una congiura per attentare alla vita della regina. Matt Damon è il fratello minore del fidanzato di Julia Roberts in “Mystic Pizza” e appare in una sola scena del film, la cena in famiglia, praticamente il suo esordio al cinema decenni prima di Jason Bourne e prima ancora di scrivere la sceneggiatura di “ Will Hunting” che gli porterà l’Oscar (non mi dice che non sapevate neanche questo!). E infine onore al merito del neodivo James Mc Avoy non facilmente riconoscibile all’ombra di Paul Bettany e Kirsten Dunst in “Wimbledon” film sul tennis del 2002, ma lontano anni luce da “Le Cronache di Narnia”, “L’ultimo re di Scozia” e soprattutto dal tormentato “Espiazione”.

     

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    Stregata dalla luna

    di pizzi (18/11/2007 - 23:20)

    Io non sarò mai capace di essere perfetta ed elegante ogni giorno. Ho sempre puntato alla comodità prima che al glamour, però mi piace stupire. Mi piace far sapere agli altri che posso portare tacchi alti, mettere un vestito da sera e truccarmi come si deve. Il tutto in occasioni limitate. Un po’ come quando Cher si prepara per andare all’opera in “Stregata dalla luna”: si tinge i capelli, si compra un bel vestito, fa la manicure. Insomma rinasce più bella che mai e lo fa per apparire più desiderabile agli occhi di lui, ma anche per ringraziarlo di averla trovata bella anche prima della trasformazione.

     

    A me sono sempre piaciute le rinascite, i cambiamenti: pochi, ma buoni, direi. Non mi piace chi cambia pettinatura o colore dei capelli ogni settimana, chi butta l’intero armadio a ogni cambio di stagione. Io sono abitudinaria e metodica in quello che mi interessa e sono legata a cose del passato che tutti mi dicono di buttare: coperte distrutte, maglioni lisi, scarpe deformate. Non smetto di usare le cose passate di moda se penso che mi stiano bene. E so di sbagliare, ma mi crogiolo nel ricordo fino a quando non faccio la follia e compro qualcosa di nuovo e inatteso. Qualcosa che diventerà un pezzo storico, ma che per un attimo è stato un colpo di testa.

     

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    Let the music play

    di pizzi (24/10/2007 - 22:18)

    Sempre più spesso mi accorgo di usare la tv come fosse una radio e i dvd come cd. Accendere il televisore e sintonizzarlo su un film o un telefilm già visto oppure scegliere un dvd già sperimentato permette di fare anche altro, un po’ come la radio. Non richiede attenzione totale e conoscere quello che si sta vedendo concede la possibilità di ascoltare e basta scegliendo di vedere solo certe scene. E non ci si cruccia quando si perde un pezzo: la storia è nota e la si può rivedere un’altra volta. Credo che sia per questo mio modo di “usare” film e tv che mi piacciono i musical e le colonne sonore. Io preferisco ascoltare i film e cantarli piuttosto che guardarli. E’ come seguirli da un’altra stanza sentendo parole e musica e ricordando a memoria le scene. E poi non è proibito cantare male belle canzoni e nemmeno imitare con poco stile coreografie perfette. Farlo a casa da soli è rilassante e divertente, almeno per me. Con certi film è facile: “Ufficiale e Gentiluomo” è una canzone più che un film, “Moulin Rouge” è tutto nel duetto con il mix delle canzoni d’amore e il resto si può sentire da lontano, “Dirty Dancing” si canta fino alla fine e si guarda soltanto da quando Baby non può più restare in un angolo, per “Flashdance” è un po’ più dura ma ognuno può scegliere a piacere la canzone da seguire e a me “Footloose” piace tutto. Infine un consiglio: ascoltate la colonna sonora di “Il matrimonio del mio migliore amico” è meglio del film e quella di “C’è posta per te” vale 10 volte la visione.

     

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    Hairspray

    di pizzi (22/10/2007 - 19:42)

    Per Chiara che voleva restare dentro al cinema…e per me che sarei rimasta con lei.

     

    Avete mai sentito il bisogno di rimanere al cinema a fine spettacolo? Di voler rivedere subito il film appena terminato? A noi è successo sabato sera e devo ammettere che era già capitato altre volte. Lo so che fa un po’ anni ‘60, con i ragazzi che restano al cinema per più spettacoli per baciarsi, e un po’ sala d’essai con maratona cinematografica. Il film non era d’essai e gli anni 60 erano dentro e non fuori dallo schermo, ma l’effetto è stato quello e ancora oggi, scrivendo, ho in sottofondo la colonna sonora di “Hairspray”, mi chiedo se a teatro è ugualmente bello e tento di imparare le parole delle canzoni oltre alle coreografie, nonostante sia negata per la danza. Evidentemente non ne ho avuto abbastanza. E non mi era risultata sufficiente nemmeno una sola visione di “The Departed”, “L’età dell’innocenza”, “Scrivimi una canzone”, “L’amore non va in vacanza” per non parlare di “Grease” e “Dirty Dancing” che posso cantare dalla prima all’ultima canzone. E’ come se la prima volta fosse solo una introduzione al film che mi fa apprezzare alcune parti, ma che mi lascia la voglia di una nuova, immediata, visione per cogliere quel che ho perso e stampare nella memoria quello che ho già apprezzato. Una volta si poteva restare in sala dicendo che si era perso l’inizio del film e qualcuno rivedeva tutto gratis. Oggi non si può: il controllo è serrato e spendere due volte i soldi per la stessa pellicola sembra uno spreco quando i dvd escono così in fretta e su internet si trova quasi tutto. Io però vorrei tornare stasera a vedere “Hairspray” nella poltrona larga del cinema e godermelo un po’ di più perché l’ho già visto.

     

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    Tra l'alba e il tramonto

    di pizzi (09/10/2007 - 21:58)

    Una sera, ormai alla fine della mia adolescenza, ho visto “Prima dell’alba”: Julie Delphy ed Ethan Hawke a Vienna per una notte soltanto scendendo da un treno e prendendone un altro. Un piccolo sogno da ragazzine che sarebbe rimasto tale se non avessi visto, qualche anno fa, il seguito di quel film: “Before Sunset – Prima del tramonto”. Devo ammettere che forse l’aspettativa iniziale era troppo alta. Visto una volta soltanto al cinema e poi, per caso, un breve tratto in tv a distanza di anni, il film era rimasto impresso nella mia memoria per piccole cose: la ruota panoramica del Prater illuminata di sera, l’addio al treno e l’appuntamento. Non ricordavo nulla di quello che si erano detti. E probabilmente il fascino del film nella mia testa stava la perfezione delle parole trascurabili di una giornata straordinaria in una città sconosciuta.

     

    Passati dieci anni l’unica cosa che mi è piaciuta del nuovo film è stata la città diversa, Parigi. Non c’era più nulla di tutto il resto: scomparsa la magia dell’incontro causale, scomparso il mistero dell’appuntamento, cambiati i personaggi. “Che tragedia! Come sono diventati orrendi!” mi sono detta. Lui poi mi è sembrato anche brutto. Lui, il ragazzino che saliva sul banco alla fine di “L’attimo fuggente”, il bel Ethan dalla faccia pulita e tondeggiante era tutto spigoli nel viso e nelle parole. Ho vissuto il film come un tradimento delle premesse del suo predecessore: niente più romantico mistero e ingenuità, ma conversazioni complicate da sottintesi filosofici e doppi sensi. La luce tenue dell’alba ha accecato me, e la persona che con me ha visto il film, al tramonto. Per risollevarci ci siamo dette che a noi non era successo, che noi non eravamo cambiate così in peggio in dieci anni, ma forse dovremmo chiederlo a chi vede dal di fuori, dalle poltrone del cinema il nostro film.

     

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    Sette spose per sette fratelli

    di pizzi (20/09/2007 - 11:44)

     


    L’ultima volta che ho visto “Sette spose per sette fratelli”, pochi giorni fa, l’ho apprezzato come sempre, ma anche per una particolare che non avevo mai notato. Alla fine, nei titoli di coda, si legge “made in Hollywood USA”. La frase ha un qualcosa di mitico. Non è il “made in China” di certi oggetti e non ha il suono falso glamour del “made in Italy”. Nelle mie orecchie suona come il richiamo della Hollywood che fu, degli Studios, degli attori sotto contratto, delle star anni 50 e dei loro vestiti.

     

    “Uno dei vertici della musical comedy con targa MGM” scrive il Morandini, dizionario dei film 2007 e aggiunge “ammirevole fusione di canto e danza, eleganza, ritmo, scatto”. Si può dire meglio? E’ la musica che mi trascina a guardarlo? E’ il ballo? E’ la storia così strana, un improbabile ratto delle Sabine nell’Oregon del 1850?  Forse è l’intera atmosfera. Forse direi la coralità del film: il canto e il ballo insieme, certe canzoni facili e comprensibili anche in inglese. Fra i musical “antichi” è quello che mi trovo a cantare e guardare con più piacere. Talvolta è così finto, così girato palesemente in uno studio. Appare ingenuo e mi dice: “Vedi, sono tutto finto, tutto girato in una scatola, ma sono bello lo  stesso e mi guardi ancora e ancora”. Non è questo il bello dei film più vecchi: il pensare allo spettatore che ci credeva? Che pensava veramente di poter essere investito dal treno in corsa? E che alla fine anche noi crediamo a certe cose inverosimili?

     

    Sette spose per sette Fratelli (Seven Brides for Seven Brothers) USA, 1954 di Stanley Donen

     

     

     TRIVIA:

     “Sette spose per sette fratelli” ha vinto un oscar per la sua colonna sonora, ma quale fu il miglior film alla 27esima edizione degli Academy Award?

     

     

     LO SAPEVATE CHE: 

     

    Il protagonista Howard Keel è definito dal sito imdb.com il John Wayne dei musical. Era lui il primo attore scelto per il ruolo poi andato a Gene Kelly in “Singin’ in the rain”. E a fine carriera è andato in tv. Difficile riconoscerlo, ma in Dallas era il secondo marito della mamma di JR e Bobby. 

     

     

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    Say anything

    di pizzi (13/09/2007 - 14:46)



    Un’amica mi ha detto un giorno che aveva paura di vedere il film che aveva segnato la sua adolescenza. “E se mi schifo adesso? Se è diverso da come lo ricordo?”. La riflessione, secondo me, è giusta. Si rovina un ricordo rivedendo quello che ci è piaciuto in un particolare momento della nostra vita? Certo si capisce che alcuni film non erano capolavori, ma il segno che hanno lasciato in noi rimane o pensiamo a come siamo stati stupidi tanto tempo fa?

     

     

     

     

     


    Io in certi frangenti amo il rischio e ho rivisto il mio filmetto: “Non per soldi…ma per amore”, in originale “Say anything…”, opera prima di Cameron Crowe regista che è più bravo come sceneggiatore e che poi ha girato “Singles”, “Jerry Maguire” e “Quasi famosi”. La storia è quella di una prima della classe che si innamora di un compagno di scuola che la venera da sempre e la cui unica ambizione è stare con lei. Il padre di lei si mette in mezzo, ma alla fine l’amore trionfa. Per una quindicenne senza fidanzato e senza spasimanti era la storia più bella del mondo, semplice e perfetta. A trenta io l’ho trovato carino, con alcuni momenti che mi hanno portato un sorriso compiaciuto sulle labbra e un po’ di apprensione per le pene d’amore del poverino, ma niente di più. Ci sono altri film da rivedere prima di questo, mi dico, nonostante la colonna sonora bellissima. Non è svanita però la piacevole sensazione della prima visione con mia sorella della videocassetta che mi aveva prestato una mia compagna di scuola grande sostenitrice del film.

     

     

     

     

    La mia amica ha deciso di non rivedere il suo film. Per la cronaca “I ragazzi della 56esima strada” diretto da Francis Ford Coppola nel 1983 con quelli che sarebbero stati, in modi diversi, i divi del decennio: da Patrick Swayze a Rob Lowe, da Tom Cruise a Matt Dillon.

     

     

     

     

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    Quattro matrimoni e un funerale

    di pizzi (09/09/2007 - 20:55)

    Questo è stato il mio anno “quattro matrimoni e un funerale”. Mai avevo avuto tanti inviti a nozze, (5 sono troppi e non me ne vogliano gli sposi) e sfortunatamente ci sono stati anche dolorosi addii. Difficile che il mio pensiero non corresse alla sera in cui ho conosciuto Hugh Grant.

     

     

     

    Era l’estate del 1994, una delle migliori della mia vita. Agosto, a Riccione, con la Rebecca in una di quelle anteprime estive che fanno nelle località di villeggiatura. Non sapevano niente del film, lo abbiamo scelto un po’ a caso. Non mi ricordo le scene o qualche momento particolare da quella sera, però sento addosso il brivido di soddisfazione di quella sera, il sapore di dolce di un bel film. Sono uscita appagata da quel cinema che sfortunatamente non esiste più. E anche un po’ invaghita di Hugh.

     

     

     

    Come lui non sono mai stata una grande sostenitrice del matrimonio e adoro il fatto che alla fine non si sposino. Io, che cerco di essere sempre in orario, mi diverto con il suo continuo ritardo. Mi piacciono i suoi amici, il gruppo fatto di persone tanto diverse, forse perché io sono invece una solitaria. Mi piace lei, così disinvolta come io non sarò mai. E poi mi piace andare ai matrimoni degli altri, come succede a lui.

     

     

     

    Ho rivisto il film per l’ultima volta solo qualche mese fa. L’ho trovato per caso sul satellite una notte in cui dovevo lavorare e l’ho guardato con lo stesso piacere della prima volta: manca la sorpresa, ma in me c’è sempre l’attesa della scena dopo.

     

     

     

    Tag: Quattromatrimonieunfunerale-HughGrant

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    Run, Forrest, Run

    di pizzi (31/08/2007 - 12:57)

    Navigando questa mattina su internet per caso ho visto alcuni video delle ultime notti degli Oscar. E’ un evento che, lo devo ammettere, mi piace molto. Mi sono sempre divertita a fare la nottata sveglia prima per passione che per lavoro. Fra i filmati che ho visto questa mattina c’era quello di Tom Hanks che riceveva il premio per Forrest Gump.

     

     

    E’ il film che guardo quando voglio piangere. Non tutto il film. Per me comincia quando orami sta per finire, quando lui chiede a lei se il bambino è normale o è come lui. Io ho pianto la prima volta al cinema con mia sorella, passando anche un fazzoletto di carta a una sconosciuta che era seduta di fianco a me. E piango ancora tutte le volte che lo vedo. Lo faccio volontariamente. Nei pomeriggi uggiosi, quando sono da sola in casa, lo riprendo e vado lì dove Forrest ci dimostra la sua grandezza, la sua consapevolezza e il suo cuore. Lui sa di essere diverso dagli altri, forse ha sempre sentito dentro la differenza, ma non ce lo ha mai fatto vedere: ha vissuto e basta.

     

     

    E piango ancora quando lei muore e lui rimane con il piccolo Forrest che sa già tutto perché glielo ha raccontato il Forrest più grande. E anche perché è tanto intelligente e avrà una vita norma. Ma alla fine una vita normale non l’ha avuto anche suo padre? Io direi di sì. Ha fatto il meglio con quello che aveva. Ed è una cosa che io trovo bellissima. A me piacciono le persone che mettono grande impegno in quello che fanno anche se non sono perfetti nei loro risultati. Non sopporto invece chi ha grandi doni e butta la sua vita.

     

     

    La vita di Forrest è un exemplum da questo punto di vista. Forse è per questo che lo guardo nel suo punto più triste, perché io sono triste, piango e mi libero e penso se ce l’ha fatta lui posso riuscirci anche io.

     

     

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