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    Archivio Ottobre 2007

    Let the music play

    di pizzi (24/10/2007 - 22:18)

    Sempre più spesso mi accorgo di usare la tv come fosse una radio e i dvd come cd. Accendere il televisore e sintonizzarlo su un film o un telefilm già visto oppure scegliere un dvd già sperimentato permette di fare anche altro, un po’ come la radio. Non richiede attenzione totale e conoscere quello che si sta vedendo concede la possibilità di ascoltare e basta scegliendo di vedere solo certe scene. E non ci si cruccia quando si perde un pezzo: la storia è nota e la si può rivedere un’altra volta. Credo che sia per questo mio modo di “usare” film e tv che mi piacciono i musical e le colonne sonore. Io preferisco ascoltare i film e cantarli piuttosto che guardarli. E’ come seguirli da un’altra stanza sentendo parole e musica e ricordando a memoria le scene. E poi non è proibito cantare male belle canzoni e nemmeno imitare con poco stile coreografie perfette. Farlo a casa da soli è rilassante e divertente, almeno per me. Con certi film è facile: “Ufficiale e Gentiluomo” è una canzone più che un film, “Moulin Rouge” è tutto nel duetto con il mix delle canzoni d’amore e il resto si può sentire da lontano, “Dirty Dancing” si canta fino alla fine e si guarda soltanto da quando Baby non può più restare in un angolo, per “Flashdance” è un po’ più dura ma ognuno può scegliere a piacere la canzone da seguire e a me “Footloose” piace tutto. Infine un consiglio: ascoltate la colonna sonora di “Il matrimonio del mio migliore amico” è meglio del film e quella di “C’è posta per te” vale 10 volte la visione.

     

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    Hairspray

    di pizzi (22/10/2007 - 19:42)

    Per Chiara che voleva restare dentro al cinema…e per me che sarei rimasta con lei.

     

    Avete mai sentito il bisogno di rimanere al cinema a fine spettacolo? Di voler rivedere subito il film appena terminato? A noi è successo sabato sera e devo ammettere che era già capitato altre volte. Lo so che fa un po’ anni ‘60, con i ragazzi che restano al cinema per più spettacoli per baciarsi, e un po’ sala d’essai con maratona cinematografica. Il film non era d’essai e gli anni 60 erano dentro e non fuori dallo schermo, ma l’effetto è stato quello e ancora oggi, scrivendo, ho in sottofondo la colonna sonora di “Hairspray”, mi chiedo se a teatro è ugualmente bello e tento di imparare le parole delle canzoni oltre alle coreografie, nonostante sia negata per la danza. Evidentemente non ne ho avuto abbastanza. E non mi era risultata sufficiente nemmeno una sola visione di “The Departed”, “L’età dell’innocenza”, “Scrivimi una canzone”, “L’amore non va in vacanza” per non parlare di “Grease” e “Dirty Dancing” che posso cantare dalla prima all’ultima canzone. E’ come se la prima volta fosse solo una introduzione al film che mi fa apprezzare alcune parti, ma che mi lascia la voglia di una nuova, immediata, visione per cogliere quel che ho perso e stampare nella memoria quello che ho già apprezzato. Una volta si poteva restare in sala dicendo che si era perso l’inizio del film e qualcuno rivedeva tutto gratis. Oggi non si può: il controllo è serrato e spendere due volte i soldi per la stessa pellicola sembra uno spreco quando i dvd escono così in fretta e su internet si trova quasi tutto. Io però vorrei tornare stasera a vedere “Hairspray” nella poltrona larga del cinema e godermelo un po’ di più perché l’ho già visto.

     

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    Tra l'alba e il tramonto

    di pizzi (09/10/2007 - 21:58)

    Una sera, ormai alla fine della mia adolescenza, ho visto “Prima dell’alba”: Julie Delphy ed Ethan Hawke a Vienna per una notte soltanto scendendo da un treno e prendendone un altro. Un piccolo sogno da ragazzine che sarebbe rimasto tale se non avessi visto, qualche anno fa, il seguito di quel film: “Before Sunset – Prima del tramonto”. Devo ammettere che forse l’aspettativa iniziale era troppo alta. Visto una volta soltanto al cinema e poi, per caso, un breve tratto in tv a distanza di anni, il film era rimasto impresso nella mia memoria per piccole cose: la ruota panoramica del Prater illuminata di sera, l’addio al treno e l’appuntamento. Non ricordavo nulla di quello che si erano detti. E probabilmente il fascino del film nella mia testa stava la perfezione delle parole trascurabili di una giornata straordinaria in una città sconosciuta.

     

    Passati dieci anni l’unica cosa che mi è piaciuta del nuovo film è stata la città diversa, Parigi. Non c’era più nulla di tutto il resto: scomparsa la magia dell’incontro causale, scomparso il mistero dell’appuntamento, cambiati i personaggi. “Che tragedia! Come sono diventati orrendi!” mi sono detta. Lui poi mi è sembrato anche brutto. Lui, il ragazzino che saliva sul banco alla fine di “L’attimo fuggente”, il bel Ethan dalla faccia pulita e tondeggiante era tutto spigoli nel viso e nelle parole. Ho vissuto il film come un tradimento delle premesse del suo predecessore: niente più romantico mistero e ingenuità, ma conversazioni complicate da sottintesi filosofici e doppi sensi. La luce tenue dell’alba ha accecato me, e la persona che con me ha visto il film, al tramonto. Per risollevarci ci siamo dette che a noi non era successo, che noi non eravamo cambiate così in peggio in dieci anni, ma forse dovremmo chiederlo a chi vede dal di fuori, dalle poltrone del cinema il nostro film.

     

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    Affidabilità

    di pizzi (03/10/2007 - 11:31)

    “Ma a che ti servono tutti questi libri? Non li puoi mangiare. Come ti possono rendere felice? Li ho sempre trovati molto affidabili, non cambiano idea appena io volto gli occhi”. Da “Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante” di Peter Greenaway

     

    I libri sono coperte di Linus sempre uguali? Forse. Alcuni servono come baluardo, una sorta di bene rifugio nei momenti di bisogno, un affidabile surrogato di vite perfette e lieto fine o un modo per crogiolarsi nella tristezza. Ed è vero: loro non cambiano mai idea. Noi però la cambiamo su di loro. Certi non sono mai belli come la prima volta, altri lo sono solo le volte successive, altri ancora sono più belli nel ricordo che nella realtà. Ho letto “Il giardino dei Finzi Contini” una volta soltanto, ma ne ho un ricordo bellissimo e vivo: li vedo giocare a tennis, andare in sinagoga, vedo lei in macchina al funerale del fratello. E li immagino come li ho creati nella mia memoria leggendo il libro non con le facce degli attori nel film che all’epoca non avevo visto. E’ un romanzo che sento vicino, fatto di luoghi conosciuti, ma anche la lontana pioggia di “Cent’anni di solitudine” ha un angolo ben curato nella mia memoria. Ed è anche questo un libro da una sola lettura, tenuto bene in vista però in libreria, all’occorrenza si può riprendere in mano. Il bello di certi libri è proprio questo: sapere che ci sono e dove trovarli.

     

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