Forse mai più
Ci sono libri che non rileggerò mai più e film che non voglio rivede. Non perché non mi siano piaciuti, ma perché non voglio rivivere la doloroso esperienza. Ho letto “La storia” di Elsa Morante un’estate al mare e ne sono uscita senza forze, talmente triste da trovare cupe anche le giornate estive. Non posso rileggerlo. Ho visto “Million Dollar Baby” a un’anteprima per la stampa e in un cinema pieno di giornalisti ho pianto. Non sono capace di rivedere il pur bellissimo “Shine” e nemmeno “Il pianista” di Polanski. Credo che non potrei rivedere “Schindler’s List” o “Train de vie”, invece riesco a guardare i pur tragici e laceranti “Voglia di tenerezza” o “Stand by me”. Perché alcuni sì e altri no? Quali sono quelli che mi hanno veramente colpito di più: quelli che rivedo o gli altri? Io considero sempre libri e film come percorsi, non solo storie ma tragitti che faccio con attori, registi, scrittori e personaggi. Alcuni sono troppo in salita, non si possono fare più di una volta. Altri sono passeggiate talmente piane che si possono fare tutti i giorni riguardando magari solo le vetrine interessanti, gli spezzoni più belli, i capitoli indimenticabili. In mezzo ci sono le colline: film e libri fatti di salite e discese, di momenti duri, ma anche di respiri rilassanti e sorrisi. Sono le passeggiate più utili. Si rifanno quando l’anima chiede di rivedere un panorama noto.
Sette spose per sette fratelli
L’ultima volta che ho visto “Sette spose per sette fratelli”, pochi giorni fa, l’ho apprezzato come sempre, ma anche per una particolare che non avevo mai notato. Alla fine, nei titoli di coda, si legge “made in Hollywood USA”. La frase ha un qualcosa di mitico. Non è il “made in China” di certi oggetti e non ha il suono falso glamour del “made in Italy”. Nelle mie orecchie suona come il richiamo della Hollywood che fu, degli Studios, degli attori sotto contratto, delle star anni 50 e dei loro vestiti.
“Uno dei vertici della musical comedy con targa MGM” scrive il Morandini, dizionario dei film 2007 e aggiunge “ammirevole fusione di canto e danza, eleganza, ritmo, scatto”. Si può dire meglio? E’ la musica che mi trascina a guardarlo? E’ il ballo? E’ la storia così strana, un improbabile ratto delle Sabine nell’Oregon del 1850? Forse è l’intera atmosfera. Forse direi la coralità del film: il canto e il ballo insieme, certe canzoni facili e comprensibili anche in inglese. Fra i musical “antichi” è quello che mi trovo a cantare e guardare con più piacere. Talvolta è così finto, così girato palesemente in uno studio. Appare ingenuo e mi dice: “Vedi, sono tutto finto, tutto girato in una scatola, ma sono bello lo stesso e mi guardi ancora e ancora”. Non è questo il bello dei film più vecchi: il pensare allo spettatore che ci credeva? Che pensava veramente di poter essere investito dal treno in corsa? E che alla fine anche noi crediamo a certe cose inverosimili?
Sette spose per sette Fratelli (Seven Brides for Seven Brothers) USA, 1954 di Stanley Donen
TRIVIA:
“Sette spose per sette fratelli” ha vinto un oscar per la sua colonna sonora, ma quale fu il miglior film alla 27esima edizione degli Academy Award?
LO SAPEVATE CHE:
Il protagonista Howard Keel è definito dal sito imdb.com il John Wayne dei musical. Era lui il primo attore scelto per il ruolo poi andato a Gene Kelly in “Singin’ in the rain”. E a fine carriera è andato in tv. Difficile riconoscerlo, ma in Dallas era il secondo marito della mamma di JR e Bobby.
Siamo (quasi) tutte Hermione Granger

“Si agita per i compiti. E’ il suo problema” – Ron Weasley HP5
Nel mondo ci sono milioni di Hermione Granger. Solo io ne conosco almeno due, dichiarate, oltre a me, ma sospetto di molte altre. Una HG è la prima della classe, crede nello studio, nell’impegno costante e nell’onesto lavoro. Adora alzare la mano e rispondere per prima. Le piace leggere e sapere le cose prima degli altri. E’ carina, ma non cura molto il suo aspetto fisico: quando lo fa però migliora nettamente. Presta attenzione agli altri prima di tutto perché vuole essere informata di tutto e poi perché ha a cuore gli amici. Si perde in cause giuste, ma perse in partenza. E’ follemente innamorata di un ragazzo, lo aiuta e lo sostiene di nascosto, ma non glielo direbbe mai.
Qui viene il bello: anche Ron è innamorato di lei, ma non lo dichiara. E da lei non potrebbe essere più diverso. “Intelligente, ma non si applica” scriverebbe di lui un insegnante. Un imperfetto che non si sente mai all’altezza: di Harry, dei fratelli e anche di Hermione. Ma è simpatico e sarcastico. Il poverino è geloso, ma non fa mai il primo passo e sembra riuscire soltanto a litigare con lei. (SPOILER) Per conquistarla prova anche a leggere un libro, ma non è questa la chiave. La soluzione è la comprensione della diversità. Lui la delude e poi la salva, la sostiene e alla fine sarà lei a prendere l’iniziativa.
Conclusione: io ho letto (più di una volta) tutto Harry Potter in inglese non solo, ma soprattutto, per sapere se alla fine si mettevano insieme.
Say anything

Un’amica mi ha detto un giorno che aveva paura di vedere il film che aveva segnato la sua adolescenza. “E se mi schifo adesso? Se è diverso da come lo ricordo?”. La riflessione, secondo me, è giusta. Si rovina un ricordo rivedendo quello che ci è piaciuto in un particolare momento della nostra vita? Certo si capisce che alcuni film non erano capolavori, ma il segno che hanno lasciato in noi rimane o pensiamo a come siamo stati stupidi tanto tempo fa?
Io in certi frangenti amo il rischio e ho rivisto il mio filmetto: “Non per soldi…ma per amore”, in originale “Say anything…”, opera prima di Cameron Crowe regista che è più bravo come sceneggiatore e che poi ha girato “Singles”, “Jerry Maguire” e “Quasi famosi”. La storia è quella di una prima della classe che si innamora di un compagno di scuola che la venera da sempre e la cui unica ambizione è stare con lei. Il padre di lei si mette in mezzo, ma alla fine l’amore trionfa. Per una quindicenne senza fidanzato e senza spasimanti era la storia più bella del mondo, semplice e perfetta. A trenta io l’ho trovato carino, con alcuni momenti che mi hanno portato un sorriso compiaciuto sulle labbra e un po’ di apprensione per le pene d’amore del poverino, ma niente di più. Ci sono altri film da rivedere prima di questo, mi dico, nonostante la colonna sonora bellissima. Non è svanita però la piacevole sensazione della prima visione con mia sorella della videocassetta che mi aveva prestato una mia compagna di scuola grande sostenitrice del film.
La mia amica ha deciso di non rivedere il suo film. Per la cronaca “I ragazzi della 56esima strada” diretto da Francis Ford Coppola nel 1983 con quelli che sarebbero stati, in modi diversi, i divi del decennio: da Patrick Swayze a Rob Lowe, da Tom Cruise a Matt Dillon.
La droga telefilm
Ieri sera guardando “Ugly Betty” in tv mi sono chiesta quale meccanismo ci fa cadere in un telefilm. Nella mia vita di teledipendente ho guardato moltissime serie, ma tutte in modo diverso. Mi spiego. Di alcune ho visto puntate a caso, magari tante, ma niente di più. Da quelle viste da piccola (“Genitori in blue jeans”, “Casa Keaton”) a certe da adulta (“Ugly Betty” appunto, “Grey’s Anatomy”). Le ho guardate e le guardo ancora con piacere. Per quelle più vecchie è quasi divertente rivedere abiti così lontani e telefoni che squillano solo in casa.
Per altre la storia è diversa. “Friends”. Io non ricordo come ho cominciato a vedere la serie. Se qualcuno me l’ha indicata o semplicemente ci sono capitata una volta e ho proseguito il giorno dopo. So però che sono arrivata a staccare il telefono durante le puntate per non essere interrotta nella visione, a programmare il videoregistratore se per caso un impegno mi portava fuori casa all’ora fatidica, a cercare su internet i riassunti delle stagioni successive a quelle messe in onda in Italia e alla fine ho comprato tutte le stagioni in dvd e le ho guardate tutte di nuovo, alcune puntate più di una volta. Un amico, alcuni anni fa, a Natale, mi ha regalato “Friends. The Official Trivia Quiz Book” e ho anche un mini trivial da viaggio con le carte della serie. E ho anche risposto alle domande. Mi vanto anche di aver visto tutte le serie finora trasmesse in Italia di “Una mamma per amica – Gilmore Girls”. Non sono però certa di dovermene vantare.
So invece per certo di aver visto “Beverly Hills 90210” dalla prima puntata. Ero al liceo, era tanta la pubblicità che credo di aver visto le prime serie senza perdere un minuto. Poi l’ho abbandonato. Dopo un po’ non mi ha annoiata, non mi ci ritrovavo più. Non so nemmeno come è finito. So invece benissimo come finiscono “Streghe” e “Will&Grace”. Ho visto moltissime puntate di entrambe le serie, ma non tutte. Ho voluto però vedere la conclusione di entrambe. Questo sì è un meccanismo perverso: voler vedere come tutto va a finire. Talvolta, lo confesso, nei libri leggo l’ultimo capitolo prima degli altri e poi riprendo dall’inizio (classica sindrome da Harry che già si è presentato a Sally). Nei telefilm vado un po’ più con ordine, ma ho bisogno di conoscere la conclusione, di sapere che alla fine è andato tutto bene. E badate, lo so che le ultime puntate sono fra le peggiori di ogni serie.
Quattro matrimoni e un funerale
Questo è stato il mio anno “quattro matrimoni e un funerale”. Mai avevo avuto tanti inviti a nozze, (5 sono troppi e non me ne vogliano gli sposi) e sfortunatamente ci sono stati anche dolorosi addii. Difficile che il mio pensiero non corresse alla sera in cui ho conosciuto Hugh Grant.
Era l’estate del 1994, una delle migliori della mia vita. Agosto, a Riccione, con la Rebecca in una di quelle anteprime estive che fanno nelle località di villeggiatura. Non sapevano niente del film, lo abbiamo scelto un po’ a caso. Non mi ricordo le scene o qualche momento particolare da quella sera, però sento addosso il brivido di soddisfazione di quella sera, il sapore di dolce di un bel film. Sono uscita appagata da quel cinema che sfortunatamente non esiste più. E anche un po’ invaghita di Hugh.
Come lui non sono mai stata una grande sostenitrice del matrimonio e adoro il fatto che alla fine non si sposino. Io, che cerco di essere sempre in orario, mi diverto con il suo continuo ritardo. Mi piacciono i suoi amici, il gruppo fatto di persone tanto diverse, forse perché io sono invece una solitaria. Mi piace lei, così disinvolta come io non sarò mai. E poi mi piace andare ai matrimoni degli altri, come succede a lui.
Ho rivisto il film per l’ultima volta solo qualche mese fa. L’ho trovato per caso sul satellite una notte in cui dovevo lavorare e l’ho guardato con lo stesso piacere della prima volta: manca la sorpresa, ma in me c’è sempre l’attesa della scena dopo.
Insieme a te non ci sto più
La colpa, lo dico subito, è di Gian Marco. Ieri è entrato in redazione chiedendo se qualcuno di noi conosceva una canzone che aveva sentito la sera prima: Fiorello aveva obbligato Nanni Moretti a cantarla. In un attimo abbiamo capito che intendeva “Insieme a te non ci sto più” di Caterina Caselli, quella che fa “arrivederci amore ciao” (la potete ascoltare). Da qui è nato un pomeriggio in cui non si è ascoltato e cantato altro.
Mi sono chiesta dove si imparano queste canzoni. A me sembra di conoscerla da sempre: parole e musica. Non accompagno la melodia, conosco proprio il testo. E mi chiedo: le ho sempre conosciute? le ho imparate ascoltandole per caso? me le ha fatte sentire qualcuno? Mi pare talvolta che certi pezzi siano nell’aria e venga spontaneo cantarli immediatamente, alla prima nota. Anche se non si conosce il cantante, il gruppo o l’autore.
Riascoltare una canzone è in realtà molto più frequente che rivedere un film o leggere un libro. Mi sembra più facile l’assuefazione (il processo adolescenziale per cui si passano interi pomeriggi a sentire la stessa canzone e dopo un po’ non la si sopporta più), ma anche la riscoperta. Le canzoni si trovano più dei film e dei libri. Si sentono in televisione, in macchina, in palestra. Risentire qualcosa che appartiene al passato o che un tempo ci è piaciuto è facile, meno impegnativo. A me piace però ritrovare le canzoni, sapere di essere in grado di cantarle senza sbagliare risentendole dopo anni alla radio senza avere memoria della loro esistenza dentro di me.
HP 1
Da un paio di anni sono entrata nel tunnel Harry Potter. E non riesco a uscire. Ho visto i film al cinema quando sono usciti, ma non avevo mai letto un libro di JK Rowling. Ho preso il primo in inglese due anni fa per fare esercizio. Ho pensato: "E' un libro per bambini, sarà facile". All'inizio ho fatto fatica, soprattutto con i primi due volumi, ma poi è diventata una droga. Dal terzo in poi non mi sono più fermata e ho aspettato con ansia l'uscita dell'ultimo. E da qui ore di riletture. Tutte in lingua originale perché in inglese HP è più bello.
Del primo libro io rileggo sempre il capitolo in cui Harry conosce i Weasley. Sono tutti alla stazione e Harry, per la prima volta nella sua vita, non è solo. Chiede aiuto alla signora Weasley e incontra quello che sarà il suo migliore amico, Ron, oltre ai suoi fratelli. Devo ammettere che forse mi piacciono più loro dello stesso Harry. La famiglia Weasley è talmente perfetta e adorabile! Certo l'idea del poveri ma felici è un po' banale, ma io non riesco a fare a meno di trovarli simpatici.
Un altro paio di consigli. Io rileggerei all'infinito anche la prima volta di Harry a Diagon Alley, in particolare l'acquisto della bacchetta magica, il natale ad Hogwarts e i giri notturni alla scoperta dello specchio in cui vede i suoi genitori. Vorrei accarezzargli i capelli, come a un bambino vero, e la stessa cosa con il povero Ron che si vede perfetto e non ultimo dei suoi fratelli.





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