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    De.licio.us

    Il mio sport

    di pizzi (14/06/2008 - 00:14)

    Ricordo colpo per colpo, punto per punto, la finale che ha portato ad Andre Agassi la vittoria a Wimbledon. Giocava contro Goran Ivanisevic. Era il 1992. Ricordo altrettanto perfettamente la tappa del Tour de France vinta la Lance Armstrong e da lui dedicata a Fabio Casartelli che era morto due giorni prima. Non mi ricordo invece neanche una delle partite dell’ultimo campionato, neanche una tappa dell’ultimo Giro d’Italia, tantomeno una recente partita di tennis.

     

    Perché? Quelle partite, quelle corse, quelle gare erano più belle? Gli atleti erano più bravi? Io non credo. E’ vero che ci sono meraviglie sportive irripetibili e belle anche a distanza di decenni, ma sono convinta che la mia memoria preferisca  certi momenti perché li ho vissuti in modo diverso. Quegli eventi sportivi sono i pomeriggi della mia infanzia e adolescenza. In maggio quando la scuola era agli sgoccioli io, che non sono mai stata molto socievole, passavo ore guardando lo sport in tv: meravigliose partite di tennis, lunghe e noiose tappe a Giro d’Italia e Tour de France che mi hanno fatto conoscere il mondo.

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    C’erano, ma non ce ne siamo accorti

    di pizzi (04/02/2008 - 00:00)

    Daniel Craig protagonista di “Elizabeth”, Matt Damon fra gli interpreti di “Mystic Pizza” e James McAvoy, grande baciatore in scena a giudizio di Keira Knghtley, in “Wimbledon”. Errori madornali? No. Verità. Sono i divi nascosti o meglio i divi dove noi non li abbiamo notati: in realtà li abbiamo visti, è solo che non li abbiamo riconosciuti. Non serve un mea culpa collettivo. Loro c’erano, ma noi non li conoscevamo ancora. Non avevano ancora vinto le copertine dei giornali, non aveva ancora girato il film della vita. Facevano semplicemente gli attori e talvolta non erano neanche tanto richiesti anzi dovevano sudare per la parte. E allora via alle audizioni anche per film e ruoli non proprio memorabili, ma l’occhio attento dello spettatore li può ritrovare ad anni di distanza. Facile individuare Brad Pitt in “Thelma&Louise”: è lui il giovanotto che le rapina dopo essersi fatto dare un passaggio e dopo aver passato la notte con Geena Davis. E subito si passa a lei: chi la ricorda in “Tootsie”? Chi non salta sulla sedia vedendola in un episodio del telefilm “Remington Steele” di fianco a un futuro agente 007 come Pierce Brosnam? C’è chi pagherebbe per gli episodi di “Miami Vice” in cui compare Julia Roberts e ancor più preziosi sono quelli di “Hunter”, “Hotel e “La Signora in giallo” che vedono fra gli interpreti George Clooney. Sono passati allora inosservati come Viggo Mortensen, l’Aragorn del “Signore degli Anelli”, nei panni di un contadino Amish in “Witness – Il testimone”.

     

     

    Che dire poi di bambini e ragazzi cresciuti al cinema. Kirsten Dunst, ancora lontana dal fidanzamento con l’Uomo Ragno, nel 1994 era la piccola compagna di Tom Cruise e Brad Pitt, che baciò e non le piacque, in “Intervista con il vampiro” e non è questo nemmeno il suo esordio che risale al 1989 in “New York Stories” di Woody Allen. E ancora troppo semplice ricordare che l’amico del dottor House, Robert Sean Leonard, è il protagonista di “L’attimo fuggente”, ma forse pochi lo ricordano come figlio di Daniel Day Lewis nel finale dell’”Età dell’innocenza”. Più complicato far venire alla mente dove abbiamo già visto la Izzie di Grey’s Anatomy. Toglietele 15 anni e Katherine Heigl riconoscerete nei panni della figlia di Gerard Depardieu in “Ma dov'è andata la mia bambina?”, versione americana del francese “Mio padre che eroe”. E non dimentichiamo Frodo Baggins. Il portatore dell’anello, Elijah Wood, incontra Michael J. Fox nel secondo “Ritorno al futuro” e aiuta Mel Gibson a scongelarsi in “Amore per sempre”. E poi il divo dei divi Leonardo Di Caprio: chi era adolescente negli anni ottanta non può averlo dimenticato in “Genitori in blue jeans”. Nello stesso telefilm, dicono gli annali, compare anche Brad Pitt, ma nessuno o quasi lo ricorda. Una chicca infine da cercare su youtube. Volete vedere Angelina Jolie bambina? Cercate la notte degli Oscar del 1986: accompagna suo padre Jon Voigt, ha 11 anni, un vestito che avrebbe fatto invidia a Madonna ancora in modalità “like a virgin” e una pettinatura da pieni anni ‘80.

     

     

    Per la cronaca Daniel Craig, Mr. Bond, interpreta in “Elizabeth” un gesuita inglese, inviato del Papa, che partecipa a una congiura per attentare alla vita della regina. Matt Damon è il fratello minore del fidanzato di Julia Roberts in “Mystic Pizza” e appare in una sola scena del film, la cena in famiglia, praticamente il suo esordio al cinema decenni prima di Jason Bourne e prima ancora di scrivere la sceneggiatura di “ Will Hunting” che gli porterà l’Oscar (non mi dice che non sapevate neanche questo!). E infine onore al merito del neodivo James Mc Avoy non facilmente riconoscibile all’ombra di Paul Bettany e Kirsten Dunst in “Wimbledon” film sul tennis del 2002, ma lontano anni luce da “Le Cronache di Narnia”, “L’ultimo re di Scozia” e soprattutto dal tormentato “Espiazione”.

     

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    Come

    di pizzi (27/12/2007 - 23:29)

    Sono tornata di recente per lavoro a guardare i libri di Harry Potter, in particolare l’ultimo che ho letto l’estate scorsa in inglese e che esce in italiano la prossima settimana. Proprio l’arrivo dell’edizione italiana mi ha fatto pensare alle storie, non a come cominciano o a come finiscono, ma a come “trascorrono”. Tutti sanno come inizia la storia di Harry, a che punto si è arrivati con il libro numero 6, e tutti sanno anche il maghetto non muore. Allora perché tanta attesa? E’ per quello che c’è in mezzo. E’ per il “come” ci si arriva.

     

    Era questa la mia curiosità l’estate scorsa ed è, credo, la curiosità di tutti quelli che aspettano di avere in mano il libro in italiano. Si parte dal presupposto che Harry si salva, ma come ci riesce vista la situazione tragica alla fine del “Principe mezzosangue” con Silente morto e Piton in fuga con i mangiamorte? E la povera Ginny coronerà il suo sogno d’amore? E Ron si dichiarerà infine a Hermione? Il bello del libro, di ogni libro, sta, secondo me, in questo, nel come si arriva alla fine della storia, nel percorso del protagonista e dei suoi amici e di tutti gli altri personaggi. Quello che si dice dei viaggi, che non importa la meta, ma il viaggiare, io lo applico anche ai libri. Per questo leggo la fine dopo le prime pagine. So dove devo arrivare e mi godo molto di più la strada.

     

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    Il mio signore Aragorn

    di pizzi (01/12/2007 - 23:04)

    Il nuovo film di un attore fa spesso pensare al vecchio. Leggendo del nuovo Cronenberg “La promessa dell’assassino” con Viggo Mortensen io sono tornata al Signore degli Anelli. So che è brutto ricordare un attore per un solo film, o meglio un solo ruolo, ma io non posso fare a meno di pensare al mio signore Aragorn, nobile, tormentato, onesto e perfetto. Evidentemente la carriera di Viggo Mortensen è altro, ha fatto altri film, alcuni (“History of violence” sempre di Croneberg) molto belli, ma niente è stampato nella mia memoria come Aragorn.

     

    Devo confessare che non avevo letto Tolkien prima di vedere i film e che ho cominciato dal secondo capitolo della trilogia, poi però ho atteso il terzo con impazienza. Soprattutto per lui. Sì, belli anche gli altri personaggi, bello Faramir, suo fratello Boromir, Gandalf, gli hobbit, le principesse e gli elfi, ma nessuno è come l’erede di Elendil. Duro e altero, ma buono e coraggioso, un Mr. Darcy con la spada, Knightley che alla fine conquista la sua Emma con le orecchie a punta.

     

    Io comprendo la povera Eowyn che si innamora senza speranza. Non si può non sospirare pensando al bell’Aragorn come lo fa Viggo. Per me il Signore degli anelli, volume I-II-III, si guarda a saltelli scegliendo solo le scene con il ramingo. E un po’ quelle con Faramir perché devo ammettere che è lui il secondo classificato. Addirittura il primo se si abbandona il film e si apre il libro, “Il ritorno del re”, e si legge la sua dichiarazione d’amore alla bella Eowyn.

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    Stregata dalla luna

    di pizzi (18/11/2007 - 23:20)

    Io non sarò mai capace di essere perfetta ed elegante ogni giorno. Ho sempre puntato alla comodità prima che al glamour, però mi piace stupire. Mi piace far sapere agli altri che posso portare tacchi alti, mettere un vestito da sera e truccarmi come si deve. Il tutto in occasioni limitate. Un po’ come quando Cher si prepara per andare all’opera in “Stregata dalla luna”: si tinge i capelli, si compra un bel vestito, fa la manicure. Insomma rinasce più bella che mai e lo fa per apparire più desiderabile agli occhi di lui, ma anche per ringraziarlo di averla trovata bella anche prima della trasformazione.

     

    A me sono sempre piaciute le rinascite, i cambiamenti: pochi, ma buoni, direi. Non mi piace chi cambia pettinatura o colore dei capelli ogni settimana, chi butta l’intero armadio a ogni cambio di stagione. Io sono abitudinaria e metodica in quello che mi interessa e sono legata a cose del passato che tutti mi dicono di buttare: coperte distrutte, maglioni lisi, scarpe deformate. Non smetto di usare le cose passate di moda se penso che mi stiano bene. E so di sbagliare, ma mi crogiolo nel ricordo fino a quando non faccio la follia e compro qualcosa di nuovo e inatteso. Qualcosa che diventerà un pezzo storico, ma che per un attimo è stato un colpo di testa.

     

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    Let the music play

    di pizzi (24/10/2007 - 22:18)

    Sempre più spesso mi accorgo di usare la tv come fosse una radio e i dvd come cd. Accendere il televisore e sintonizzarlo su un film o un telefilm già visto oppure scegliere un dvd già sperimentato permette di fare anche altro, un po’ come la radio. Non richiede attenzione totale e conoscere quello che si sta vedendo concede la possibilità di ascoltare e basta scegliendo di vedere solo certe scene. E non ci si cruccia quando si perde un pezzo: la storia è nota e la si può rivedere un’altra volta. Credo che sia per questo mio modo di “usare” film e tv che mi piacciono i musical e le colonne sonore. Io preferisco ascoltare i film e cantarli piuttosto che guardarli. E’ come seguirli da un’altra stanza sentendo parole e musica e ricordando a memoria le scene. E poi non è proibito cantare male belle canzoni e nemmeno imitare con poco stile coreografie perfette. Farlo a casa da soli è rilassante e divertente, almeno per me. Con certi film è facile: “Ufficiale e Gentiluomo” è una canzone più che un film, “Moulin Rouge” è tutto nel duetto con il mix delle canzoni d’amore e il resto si può sentire da lontano, “Dirty Dancing” si canta fino alla fine e si guarda soltanto da quando Baby non può più restare in un angolo, per “Flashdance” è un po’ più dura ma ognuno può scegliere a piacere la canzone da seguire e a me “Footloose” piace tutto. Infine un consiglio: ascoltate la colonna sonora di “Il matrimonio del mio migliore amico” è meglio del film e quella di “C’è posta per te” vale 10 volte la visione.

     

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    Hairspray

    di pizzi (22/10/2007 - 19:42)

    Per Chiara che voleva restare dentro al cinema…e per me che sarei rimasta con lei.

     

    Avete mai sentito il bisogno di rimanere al cinema a fine spettacolo? Di voler rivedere subito il film appena terminato? A noi è successo sabato sera e devo ammettere che era già capitato altre volte. Lo so che fa un po’ anni ‘60, con i ragazzi che restano al cinema per più spettacoli per baciarsi, e un po’ sala d’essai con maratona cinematografica. Il film non era d’essai e gli anni 60 erano dentro e non fuori dallo schermo, ma l’effetto è stato quello e ancora oggi, scrivendo, ho in sottofondo la colonna sonora di “Hairspray”, mi chiedo se a teatro è ugualmente bello e tento di imparare le parole delle canzoni oltre alle coreografie, nonostante sia negata per la danza. Evidentemente non ne ho avuto abbastanza. E non mi era risultata sufficiente nemmeno una sola visione di “The Departed”, “L’età dell’innocenza”, “Scrivimi una canzone”, “L’amore non va in vacanza” per non parlare di “Grease” e “Dirty Dancing” che posso cantare dalla prima all’ultima canzone. E’ come se la prima volta fosse solo una introduzione al film che mi fa apprezzare alcune parti, ma che mi lascia la voglia di una nuova, immediata, visione per cogliere quel che ho perso e stampare nella memoria quello che ho già apprezzato. Una volta si poteva restare in sala dicendo che si era perso l’inizio del film e qualcuno rivedeva tutto gratis. Oggi non si può: il controllo è serrato e spendere due volte i soldi per la stessa pellicola sembra uno spreco quando i dvd escono così in fretta e su internet si trova quasi tutto. Io però vorrei tornare stasera a vedere “Hairspray” nella poltrona larga del cinema e godermelo un po’ di più perché l’ho già visto.

     

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    Tra l'alba e il tramonto

    di pizzi (09/10/2007 - 21:58)

    Una sera, ormai alla fine della mia adolescenza, ho visto “Prima dell’alba”: Julie Delphy ed Ethan Hawke a Vienna per una notte soltanto scendendo da un treno e prendendone un altro. Un piccolo sogno da ragazzine che sarebbe rimasto tale se non avessi visto, qualche anno fa, il seguito di quel film: “Before Sunset – Prima del tramonto”. Devo ammettere che forse l’aspettativa iniziale era troppo alta. Visto una volta soltanto al cinema e poi, per caso, un breve tratto in tv a distanza di anni, il film era rimasto impresso nella mia memoria per piccole cose: la ruota panoramica del Prater illuminata di sera, l’addio al treno e l’appuntamento. Non ricordavo nulla di quello che si erano detti. E probabilmente il fascino del film nella mia testa stava la perfezione delle parole trascurabili di una giornata straordinaria in una città sconosciuta.

     

    Passati dieci anni l’unica cosa che mi è piaciuta del nuovo film è stata la città diversa, Parigi. Non c’era più nulla di tutto il resto: scomparsa la magia dell’incontro causale, scomparso il mistero dell’appuntamento, cambiati i personaggi. “Che tragedia! Come sono diventati orrendi!” mi sono detta. Lui poi mi è sembrato anche brutto. Lui, il ragazzino che saliva sul banco alla fine di “L’attimo fuggente”, il bel Ethan dalla faccia pulita e tondeggiante era tutto spigoli nel viso e nelle parole. Ho vissuto il film come un tradimento delle premesse del suo predecessore: niente più romantico mistero e ingenuità, ma conversazioni complicate da sottintesi filosofici e doppi sensi. La luce tenue dell’alba ha accecato me, e la persona che con me ha visto il film, al tramonto. Per risollevarci ci siamo dette che a noi non era successo, che noi non eravamo cambiate così in peggio in dieci anni, ma forse dovremmo chiederlo a chi vede dal di fuori, dalle poltrone del cinema il nostro film.

     

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    Affidabilità

    di pizzi (03/10/2007 - 11:31)

    “Ma a che ti servono tutti questi libri? Non li puoi mangiare. Come ti possono rendere felice? Li ho sempre trovati molto affidabili, non cambiano idea appena io volto gli occhi”. Da “Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante” di Peter Greenaway

     

    I libri sono coperte di Linus sempre uguali? Forse. Alcuni servono come baluardo, una sorta di bene rifugio nei momenti di bisogno, un affidabile surrogato di vite perfette e lieto fine o un modo per crogiolarsi nella tristezza. Ed è vero: loro non cambiano mai idea. Noi però la cambiamo su di loro. Certi non sono mai belli come la prima volta, altri lo sono solo le volte successive, altri ancora sono più belli nel ricordo che nella realtà. Ho letto “Il giardino dei Finzi Contini” una volta soltanto, ma ne ho un ricordo bellissimo e vivo: li vedo giocare a tennis, andare in sinagoga, vedo lei in macchina al funerale del fratello. E li immagino come li ho creati nella mia memoria leggendo il libro non con le facce degli attori nel film che all’epoca non avevo visto. E’ un romanzo che sento vicino, fatto di luoghi conosciuti, ma anche la lontana pioggia di “Cent’anni di solitudine” ha un angolo ben curato nella mia memoria. Ed è anche questo un libro da una sola lettura, tenuto bene in vista però in libreria, all’occorrenza si può riprendere in mano. Il bello di certi libri è proprio questo: sapere che ci sono e dove trovarli.

     

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    Forse mai più

    di pizzi (26/09/2007 - 21:51)

    Ci sono libri che non rileggerò mai più e film che non voglio rivede. Non perché non mi siano piaciuti, ma perché non voglio rivivere la doloroso esperienza. Ho letto “La storia” di Elsa Morante un’estate al mare e ne sono uscita senza forze, talmente triste da trovare cupe anche le giornate estive. Non posso rileggerlo. Ho visto “Million Dollar Baby” a un’anteprima per la stampa e in un cinema pieno di giornalisti ho pianto. Non sono capace di rivedere il pur bellissimo “Shine” e nemmeno “Il pianista” di Polanski. Credo che non potrei rivedere “Schindler’s List” o “Train de vie”, invece riesco a guardare i pur tragici e laceranti “Voglia di tenerezza” o “Stand by me”. Perché alcuni sì e altri no? Quali sono quelli che mi hanno veramente colpito di più: quelli che rivedo o gli altri? Io considero sempre libri e film come percorsi, non solo storie ma tragitti che faccio con attori, registi, scrittori e personaggi. Alcuni sono troppo in salita, non si possono fare più di una volta. Altri sono passeggiate talmente piane che si possono fare tutti i giorni riguardando magari solo le vetrine interessanti, gli spezzoni più belli, i capitoli indimenticabili. In mezzo ci sono le colline: film e libri fatti di salite e discese, di momenti duri, ma anche di respiri rilassanti e sorrisi. Sono le passeggiate più utili. Si rifanno quando l’anima chiede di rivedere un panorama noto.

     


     

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    Sette spose per sette fratelli

    di pizzi (20/09/2007 - 11:44)

     


    L’ultima volta che ho visto “Sette spose per sette fratelli”, pochi giorni fa, l’ho apprezzato come sempre, ma anche per una particolare che non avevo mai notato. Alla fine, nei titoli di coda, si legge “made in Hollywood USA”. La frase ha un qualcosa di mitico. Non è il “made in China” di certi oggetti e non ha il suono falso glamour del “made in Italy”. Nelle mie orecchie suona come il richiamo della Hollywood che fu, degli Studios, degli attori sotto contratto, delle star anni 50 e dei loro vestiti.

     

    “Uno dei vertici della musical comedy con targa MGM” scrive il Morandini, dizionario dei film 2007 e aggiunge “ammirevole fusione di canto e danza, eleganza, ritmo, scatto”. Si può dire meglio? E’ la musica che mi trascina a guardarlo? E’ il ballo? E’ la storia così strana, un improbabile ratto delle Sabine nell’Oregon del 1850?  Forse è l’intera atmosfera. Forse direi la coralità del film: il canto e il ballo insieme, certe canzoni facili e comprensibili anche in inglese. Fra i musical “antichi” è quello che mi trovo a cantare e guardare con più piacere. Talvolta è così finto, così girato palesemente in uno studio. Appare ingenuo e mi dice: “Vedi, sono tutto finto, tutto girato in una scatola, ma sono bello lo  stesso e mi guardi ancora e ancora”. Non è questo il bello dei film più vecchi: il pensare allo spettatore che ci credeva? Che pensava veramente di poter essere investito dal treno in corsa? E che alla fine anche noi crediamo a certe cose inverosimili?

     

    Sette spose per sette Fratelli (Seven Brides for Seven Brothers) USA, 1954 di Stanley Donen

     

     

     TRIVIA:

     “Sette spose per sette fratelli” ha vinto un oscar per la sua colonna sonora, ma quale fu il miglior film alla 27esima edizione degli Academy Award?

     

     

     LO SAPEVATE CHE: 

     

    Il protagonista Howard Keel è definito dal sito imdb.com il John Wayne dei musical. Era lui il primo attore scelto per il ruolo poi andato a Gene Kelly in “Singin’ in the rain”. E a fine carriera è andato in tv. Difficile riconoscerlo, ma in Dallas era il secondo marito della mamma di JR e Bobby. 

     

     

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    Siamo (quasi) tutte Hermione Granger

    di pizzi (15/09/2007 - 05:19)


    “Si agita per i compiti. E’ il suo problema” – Ron Weasley HP5

     

     

     

    Nel mondo ci sono milioni di Hermione Granger. Solo io ne conosco almeno due, dichiarate, oltre a me, ma sospetto di molte altre. Una HG è la prima della classe, crede nello studio, nell’impegno costante e nell’onesto lavoro. Adora alzare la mano e rispondere per prima. Le piace leggere e sapere le cose prima degli altri. E’ carina, ma non cura molto il suo aspetto fisico: quando lo fa però migliora nettamente. Presta attenzione agli altri prima di tutto perché vuole essere informata di tutto e poi perché ha a cuore gli amici. Si perde in cause giuste, ma perse in partenza. E’ follemente innamorata di un ragazzo, lo aiuta e lo sostiene di nascosto, ma non glielo direbbe mai.

     

     

     

    Qui viene il bello: anche Ron è innamorato di lei, ma non lo dichiara. E da lei non potrebbe essere più diverso. “Intelligente, ma non si applica” scriverebbe di lui un insegnante. Un imperfetto che non si sente mai all’altezza: di Harry, dei fratelli e anche di Hermione. Ma è simpatico e sarcastico. Il poverino è geloso, ma non fa mai il primo passo e sembra riuscire soltanto a litigare con lei. (SPOILER) Per conquistarla prova anche a leggere un libro, ma non è questa la chiave. La soluzione è la comprensione della diversità. Lui la delude e poi la salva, la sostiene e alla fine sarà lei a prendere l’iniziativa.

     

     

     

    Conclusione: io ho letto (più di una volta) tutto Harry Potter in inglese non solo, ma soprattutto, per sapere se alla fine si mettevano insieme.